Daniela Raimondi

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POESIA- Traduzioni di Daniela Raimondi: tre poesie di Gary Young

CARTESENSIBILI

lisa graa jensen

Camminando verso casa dopo il lavoro

Asfalto e ghiaia battono sotto i tacchi delle mie scarpe
colpiscono e spingono in avanti il resto del mio corpo.

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Joy Harjo e la terra rossa della poesia- Presentazione e traduzione di Daniela Raimondi

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Maria di Nazareth: nota di M.G.Calandrone

Ci vuole coraggio, a far parlare Maria per bocca nostra, a parlare al suo posto noi umani, umanissimi, tanto più perché poeti. Lo ha già fatto Merini nel Magnificat, con le sue impennate enfatiche, arrivando a fare di Maria se stessa, la poetessa che mette al mondo il Verbo, secondo una catena associativa istintiva. E, ben prima di lei, lo aveva fatto Jacopone da Todi con la lauda drammatica Donna de Paradiso, che contiene la supplica di Maria a Pilato: “O Pilato, non fare / el figlio meo tormentare, / ch’eo te pòzzo mustrare / como a ttorto è accusato”. Ci vuole coraggio, a far scendere ancora Maria dal cielo, a costruire con le parole una Maria tutta materia umana e contemporanea, che si oppone al volere di Dio – come questa di Raimondi: qui Maria non supplica nemmeno, bensì si oppone fieramente, sebbene inutilmente, al proprio destino e al destino del figlio – rivendica con forza e disperata ironia la propria umanità: “Mi hanno fatta di legno intarsiato, / d’ebano e d’oro. E menzogne. / Perché io non fui mai così bella / ma ero fatta di carne, e dolore, e pietà.” Infine, orfana del figlio come Storia comanda, maledice la vita che le resta – proprio come farebbe e fa ogni madre. Questa possibilità di identificazione e scavalcamento spazio-temporale è la chiave del libro di Daniela Raimondi, che impone al nostro sguardo una figura non distaccata e ieratica, la materna e serena custode delle nostre preghiere, ma porta quella Vergine antica nel tempo nostro, ne fa una qualunque madre che grida di nero dolore: non la madre soavissima di dio, ma una qualunque madre della nostra contemporaneità: afghana, siriana, belga, sudanese, eritrea (purtroppo abbiamo l’imbarazzo della scelta), una donna che insieme al figlio ha perduto la gioia della vita, una madre di dio che non ci guarda dall’alto, piuttosto ci riguarda – e condivide una larga, dolente parte della storia contemporanea. L’evocazione è purtroppo automatica. La poesia di Raimondi chiede dunque alla nostra coscienza un altro passo, per tornare sensibile al dolore privato di ciascuna madre, nel dolore più grande: caotico, vasto e sovranumerico al quale siamo assuefatti.

Maria Grazia Calandrone

(nota per il secondo premio al concorso nazionale Luciana Notari 2017)

Tradurre è Tradire

Leggendo le traduzioni di Anne Carson in quella che è considerata la rivista di poesia più importante in Italia, la più letta in Europa, ho capito che l’idea che solo un poeta può tradurre un altro poeta è sbagliata.

Non so se l’autore delle traduzioni di Anne Carson apparse nell’ultimo numero  della rivista ‘Poesia’ sia un poeta, ma sicuramente non è un buon traduttore, anche se assicura di aver fatto controllare il suo lavoro a un poeta italiano fra i migliori, qualcuno che fra l’altro io ammiro tantissimo. Eppure i testi tradotti sono pieni zeppi di errori grossolani.  Forse, più che poeti italiani, il nostro traduttore avrebbe dovuto consultare un madrelingua o, semplicemente, un buon dizionario.  Mi chiedo come si possa dare spazio e voce pubblica a uno che traduce “to adore” con “spassarsela”.  Mi dico che non si può tradurre: “Why I failed?” con uno sconcertante “perché mancai?” Chiunque si fosse preso  la briga di controllare con attenzione, avrebbe facilmente scoperto che il verbo  nella frase “you could dress this wound” significa: “puoi bendare/ curare la ferita”, e non: “puoi indossare la ferita”;  che “dislike” in inglese non vuol dire dispiacersi, ma aver avversione verso qualcuno o qualcosa; e che tradurre “he said beautifully” con “disse bellissimamente” fa venire i sudori freddi a chiunque ami, non dico la poesia, ma la lingua italiana.

Questo, purtroppo, non è un caso anomalo. Negli anni ho letto decine e decine di casi di traduzioni sciatte, imprecise, che mancavano di ogni alone di correttezza linguistica e favorivano la creatività stilistica del suo traduttore, a volte il suo ego smisurato. Ho letto gente tradurre una poeta moderna e spinosa come la Plath, usando il termine “fanciulla” per tradurre “girl”, probabilmente facendo rivoltare Sylvia nella tomba. Tradurre poesia passando attraverso lingue così diverse come lo sono l’italiano e l’inglese, è impresa difficilissima e va affrontata con cura, con attenzione e penso anche con una certa dose di umiltà. Per tradurre poesia ci vuole conoscenza,  consapevolezza dei propri limiti, saper mettere da parte il nostro stile personale. E tutto questo accade raramente.

Di padre in figlia

Nonostante abbia visto tutte e quattro le puntate della serie, ho trovato la trama poco convincente, i personaggi stereotipati, la storia costellata da un considerevole numero di eccessi, con un Antonio Franza dipinto totalmente in bianco e nero, personaggio senza sfumature che alla fine rischia di perdere ogni traccia di credibilità. L’interpretazione superba degli attori è quello che ha salvato la serie, nonostante il faticoso e non sempre riuscito tentativo di emulare l’accento veneto da parte di alcuni di essi – accento che spesso veniva tralasciato, o terminava per assomigliare a una monotona cantilena non bene identificabile. Avrei preferito personaggi più complessi, soprattutto un finale dove il cattivissimo capofamiglia mostrasse qualche segno di evoluzione e cambiamento. Antonio Franza ne esce invece come un uomo totalmente sconfitto, messo da parte come marito, come padre e come uomo di affari. Un personaggio senza nessuna possibilità di redenzione. Chiaramente, le autrici della fiction hanno deciso di adottare il punto di vista tipico del femminismo degli anni settanta, quando l’emancipazione femminile era concepita come una lotta contro gli uomini, non un processo da portare avanti insieme. Il racconto termina con una totale sconfitta del pater familia, che, completamente muto, svanisce nella folla venuta a celebrare la nascita della nuova distilleria, ora gestita dalla figlia maggiore. Ma, sorpresa! Non si tratta solo di lei, da sempre incline ad interessarsi al business della famiglia, ma anche di tutte le altre sorelle: la gestione dell’azienda passa miracolosamente nelle mani di un vero microcosmo costruito interamente al femminile con personaggi che fino a poco prima non avevano mai mostrato il minimo interesse nelle sorti della distilleria. Nel giro di sei mesi, invece, tutte le sorelle Franza sembrano aver risolto i loro problemi nella sfera privata, trasformandosi di colpo in entusiaste e indipendenti donne di affari. Una serie paragonata a quel capolavoro di qualche anno fa chiamato “La Meglio Giioventù”. Si tratta piuttosto di una fiction dalla trama scontata, con vari aspetti della tipica telenovela e con un finale demagogico, decisamente banale.

 

Tre poesie di Malika Booker – traduzione di Daniela Raimondi

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Cammino delle lacrime*

capo indiano
Non è questa la stagione del perdono,
non è il tempo del granturco nuovo.
L’inverno che portiamo dentro il sangue
congela i passi e la memoria.
 .
Camminiamo fra i sassi,
lasciando alle spalle i sacri luoghi dei padri,
le pinete dove risuonano le voci
e il vento intreccia il respiro dei vivi
con il fiato dei morti.
 .
Fuggiamo portandoci dietro
le nostre corone di piume,
il ricordo dei bisonti nella neve.
Marciamo verso una terra di false primavere,
dove soffi la speranza di una aria rarefatta,
i canti d’amore degli animali più preziosi,
la magia del cervo.

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(dalla raccolta inedita: Mare Nostrum)

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*Nel maggio 1830 il Congresso americano votò lo “Indian Removal Act” con il quale si intendeva spostare alcune tribù come i Creek, i Cherokee, i Seminole, i Chactaw, dalle loro terre del Sud Est a a quelle al di là del Mississippi, verso l’interno del paese, per acquisire nuovi spazi per la crescente popolazione bianca. Nel 1832 le tribu indiane dei Creek vennero forzatamente dislocate dalle loro terre tribali nell’Alabama e nella Georgia, in quel luogo denominato “Indian Territory” corrispondente all’attuale Oklahoma. Fu una deportazione di massa che costò la vita a migliaia di persone lungo i 1700 chilometri del cosidetto “Cammino delle Lacrime”. Solo pochi anni dopo, le popolazioni Creek vennero nuovamente dislocate.

“L’uroboro di corallo” Rosalba Perrotta – Recensione di Daniela Raimondi

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7 Aprile 2017, Rodano, Milano

Presentazione di Maria Di Nazareth, Puntacapo Editore, a cura di Maria Zimotti. Vi aspetto numerosi!

 

Canto presente 11: Daniela Raimondi

Immagine compiuta Madre “Forse è qui il nodo di ogni incarnazione. Nulla è così vicino alla morte quanto il concepimento: viene da laggiù, laggiù si è composto.”* Il diramarsi del suono. Un piccolo…

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